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03 Aprile 2018

Elezioni CAO, l'analisi del voto del neo presidente Raffaele Iandolo

L'intervista di Dental Cadmos

Carla De Meo

Non c’è stata partita lo scorso gennaio per le elezioni della nuova Commissione Albo degli Odontoiatri Nazionale a Roma. Mutuando dal linguaggio sportivo, non sbaglieremo a dire che il “match” si è concluso 5 a 0. La lista Unità e Collegialità, guidata da Raffaele Iandolo, ha fatto il pieno di voti, conquistando tutti i 5 posti disponibili.

Nei giorni successivi all'elezione, Dental Cadmos ha intervistato il neo presidente CAO.


Presidente Iandolo, un successo senza precedenti: a cosa attribuisce questo risultato?

Siamo riusciti a spiegare quello che vogliamo fare: valorizzare e accreditare la professione odontoiatrica. Un’attenzione non tanto corporativa, per rappresentare interessi e ragioni della nostra categoria, ma per tutelare la salute del paziente. E lo abbiamo fatto, come rivela il nome della nostra lista, nel segno dell’unità all’interno della professione odontoiatrica, coinvolgendo tutta la filiera, e della collegialità, per rendere il più possibile partecipe la base nell’elaborazione di una politica generale.

C’è stata una partecipazione massiccia in sede di voto…

Mi fa piacere sottolinearlo. A Roma sono venuti a votare tutti i presidenti delle 106 province. Avevano già votato tutti dopo un giorno e mezzo: se anche non avessimo esteso a tre le giornate elettorali, ci sarebbe stata una partecipazione totale. Anche i medici hanno partecipato al 100% alla votazione. Ed è un dato che io, nella mia abbastanza lunga frequentazione della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, non ricordo. Sicuramente non negli ultimi quindici anni.

Si può parlare di un nuovo gruppo alla guida di Cao Nazionale?

Certo. Per la verità, io proprio nuovissimo non sono… Da nove anni ricoprivo il ruolo di tesoriere della Federazione Nazionale e sono componente della Commissione odontoiatrica dal 2003. Ci sono però delle novità: Brunello Pollifrone è l’unico al secondo mandato, mentre Gianluigi D’Agostino, Alessandro Nisio e Diego Paschina sono al loro primo mandato. E il testimone di tesoriere della Federazione è stato raccolto da D’Agostino. Quindi oggi nell’esecutivo della Federazione siamo due odontoiatri.

Si è trattato anche di un suo successo personale: 221 preferenze…

Significa che abbiamo svolto al meglio la campagna elettorale. Ci tengo a sottolineare che non abbiamo affrontato le elezioni con tono polemico o rivoluzionario. Non abbiamo esaltato il nuovo per il nuovo. Piuttosto, partendo dall’esperienza fin qui fatta, abbiamo proposto una possibilità di cambiamento dei rapporti all’interno e all’esterno della Federazione: dai sindacati alla politica, dalle associazioni dei consumatori ai rapporti con la stampa.

A questo proposito, il vostro programma promette nuovi rapporti politico-istituzionali e annuncia una “nuova Cao costituente”. È a quest’apertura che fa riferimento?

È un concetto attinente a un momento politico molto particolare. La riforma degli Ordini professionali ci darà l’occasione di creare nuovi rapporti. Cao Nazionale, approfittando della legge Lorenzin, si apre ora all’esterno per valorizzare le relazioni con gli interlocutori istituzionali. Per esempio, non più rivalità, se in passato c’è stata, con la componente medica o con i sindacati, ma unione di risorse per ottenere più risultati.

Che cosa apprezza in particolare della legge Lorenzin?

Apprezziamo tutto di questa legge. La parte che interessa la lotta all’abusivismo in particolare, lo dico apertamente, è quella che più ci è piaciuta. Abbiamo sempre detto che oggi la sanzione pecuniaria è un deterrente migliore rispetto alla condanna penale e che si doveva dedicare una legge all’abusivismo solo per le professioni sanitarie, non estesa a tutte com’era prima. E abbiamo sempre dichiarato che non tuteliamo al nostro interno figure professionali che favoriscono l’esercizio abusivo della professione. Tutto questo ora è ben rappresentato nella legge e ci auguriamo di assistere a una svolta nella soluzione di un fenomeno che, lo voglio ricordare, è quasi esclusivamente italiano nel mondo occidentale.

Lei si è dichiarato favorevole a riscrivere la legge istitutiva della professione: in che senso?

Credo che rispetto alle mutazioni che la professione odontoiatrica ha avuto negli ultimi anni sia necessario ridefinire alcune questioni che riguardano proprio il suo esercizio. Un punto tra tutti: la pubblicità. Sulla pubblicità in campo sanitario c’è bisogno di una legge che tuteli il cittadino da offerte che sono pericolosissime per la sua salute. Servono norme stringenti.

Oggi si punta giustamente il dito contro le terapie “low cost”, ma forse sarebbe necessario consentire un accesso più esteso alle cure nel rispetto della qualità e del prezzo: cosa ne pensa?

Su questo punto dobbiamo essere molto chiari. Cercheremo di spiegare all’opinione pubblica che pagare meno significa spesso ricevere una prestazione sanitaria scadente. E quando si scende al di sotto di certi livelli economici, il rischio è evidente. Talvolta più che di tariffe basse, si tratta di veri e propri “specchietti per le allodole”. Questo non esclude il fatto che noi dobbiamo ridurre il più possibile le nostre tariffe in modo da farle diventare appetibili anche per le fasce sociali più deboli. Però, non dimentichiamo che la prestazione odontoiatrica è una prestazione sanitaria intellettuale, non è la vendita di un prodotto. Significa prendersi cura di un paziente, farsi carico di un problema di salute. Diverso è favorire l’accesso alle cure di categorie particolarmente deboli, ma qui entriamo nel campo dell’odontoiatria sociale e, in alcune regioni, c’è ancora molto da fare per risolvere il problema.

Quanto lei afferma mi porta a chiederle se una mappatura approssimativa della realtà italiana evidenzi oggi macro differenze proprio nel settore dell’odontoiatria.

L’elemento più evidente purtroppo è che l’odontoiatria pubblica in alcune regioni è inesistente, e si hanno situazioni dove le risorse sono scarse o comunque quelle destinate alla sanità sono contingentate. La rete degli studi privati invece è efficace ed efficiente, ma fa i conti con costi che, non essendo comprimibili ulteriormente, non sono alla portata di tutti. Aggiungerei che spesso dove il pubblico si sostituisce al privato e riesce a erogare prestazioni odontoiatriche di un certo livello qualitativo, i costi complessivi per il pubblico sono più alti rispetto a quelli che il cittadino sostiene negli studi privati.

Uno dei nove punti del vostro programma va proprio in questa direzione, quella delle detrazioni fiscali…

Infatti, le detrazioni fiscali possono essere uno strumento per favorire l’accesso negli studi privati. In particolare, per le detrazioni protesiche. Poter detrarre pressoché integralmente le spese, come noi richiediamo, può incentivare il cittadino e aumenta la possibilità di accesso a fasce medie dal punto di vista economico.

Avete promesso un impegno anche sul fronte dei fondi sanitari…

È così. E non si tratta solo del fatto che spesso le tariffe mortificano la prestazione professionale. C’è anche un altro aspetto che esula da quello tariffario, quando cioè il paziente non viene messo nella condizione di scegliere liberamente dove andare perché ci sono terzi paganti che lo condizionano in modo assoluto, obbligandolo a recarsi in alcuni studi piuttosto che in altri. Dal punto di vista della correttezza dell’esercizio professionale, per noi questo è intollerabile.

Nel vostro mandato c’è l’impegno a ridurre la frammentazione regionale?

Certamente. Rispetto a una sanità sempre più regionalizzata, uno dei nostri obiettivi è creare regole uniformi su tutto il territorio nazionale che riguardano la burocrazia, ma anche la correttezza dell’esercizio professionale come per l’apertura e la conduzione degli studi. Oggi invece, come tutti sanno, le regole cambiano da regione a regione. E capita addirittura che, in zone confinanti, a pochissimi chilometri di distanza, ci siano situazioni e approcci radicalmente diversi.

Dicevamo che avete promosso un concetto di collegialità nelle decisioni e ne avete fatto anche il nome della vostra lista. Allora sono destinati a mutare i rapporti tra Cao Nazionale e Cao Provinciali?

Cambieremo globalmente l’impostazione della collaborazione. Le Cao Provinciali saranno messe in grado di far arrivare le loro proposte, motivandole, fino al tavolo nazionale. L’ambizione è che le “due” Cao diventino un corpo unico. Daremo un significato diverso alle nostre assemblee, cercheremo di coinvolgere il più possibile la base nelle valutazioni politiche ma soprattutto nell’elaborazione dei programmi. Oggi c’è bisogno di portare un contributo ideale importante a questioni che negli ultimi anni non hanno avuto soluzione. Ma anche a temi come il riordino delle professioni sanitarie che hanno individuato delle risposte nella legge Lorenzin, ma che aspettano di essere perfezionate nell’ambito dei decreti attuativi.

La base della vostra categoria è sensibile a questo coinvolgimento? Quali numeri rappresentate?

Credo ci sia la volontà di partecipare. Ci sono molti giovani che si affacciano con entusiasmo a questo impegno istituzionale spesso gravoso, quasi sempre gratuito, che sottrae tempo a professione e vita privata. Abbiamo l’obbligo di soddisfare questa richiesta, favorendo l’acquisizione di tutto il lavoro che viene svolto nelle Cao Provinciali. Per quanto riguarda i numeri, le province sono 106 ed esprimono una base di oltre 62 mila iscritti. Un numero che ci permette di interpretare in modo totale la professione nel territorio.

Di quale considerazione gode oggi nel mondo l’odontoiatria italiana?

È senz’altro una delle migliori. Sia per livello scientifico sia per livello medio della qualità della prestazione. Ora abbiamo la grossa responsabilità di mantenere alta questa eccellenza, unendo tutte le componenti dell’odontoiatria italiana. Quello che certamente invidiamo ad altri paesi occidentali, in campo scientifico, sono le risorse destinate alla ricerca. In Italia, in rapporto al Pil, la percentuale è davvero molto inferiore rispetto ad altre realtà simili. Questo gap ci pone problemi che però non minano la qualità della prestazione. E poi invidiamo una certa odontoiatria pubblica, dedicata all’assistenza delle fasce più deboli.

Di fronte a una Cao Nazionale uscita totalmente rinnovata dalle ultime elezioni, non possiamo non concludere il nostro incontro soffermandoci sul futuro della professione: i giovani e la formazione universitaria.

La realtà universitaria italiana è abbastanza complessa. Ci sono molte sedi, molti corsi, probabilmente troppi. Ci sono esempi di straordinaria qualità e altri decisamente meno. Stiamo ancora monitorando l’introduzione del sesto anno che dovrebbe dare maggiore spazio alla pratica. Per quanto riguarda gli Ordini, negli ultimi anni abbiamo firmato un protocollo con le università per introdurre l’avviamento alla professione nell’ambito del Corso di laurea di odontoiatria e protesi dentaria, soprattutto su questioni etiche e deontologiche che favoriscono l’ingresso dei giovani nella professione. Dobbiamo però prendere atto che oggi, rispetto a qualche anno fa, sono tantissimi i giovani che usciti dall’università non riescono a diventare liberi professionisti, ad aprire uno studio. Spesso sono costretti a lavorare come dipendenti, sottopagati e in strutture che non hanno i requisiti di tutela della salute del cittadino. Questa è una triste realtà da tenere in considerazione. La vera fascia debole oggi sono i giovani. Ed è un tema che affronteremo già nei prossimi mesi.

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